“riprogettare l’esistente”

Tamara del Bel Belluz, "Giorgio Ranieri architetto"

“Quando incominciai il lavoro non ebbi in pensiero se non che di ritrarre la figura di tutte le città borghi e villaggi del Piemonte, e di aggiungervi alcuni cenni descrittivi e statistici a minuto ragguaglio dei monumenti, edifizj e luoghi pittorici (…) e quantunque in questi limiti ristretta l'opera, veniva pure ad essere di mole non piccola”

dalla relazione di Clemente Rovere alla Deputazione Subalpina sulla sua opera (28 maggio 1854)

Con «Il Piemonte antico e moderno delineato e descritto», un progetto grandioso rimasto incompiuto, Clemente Rovere ha lasciato agli studiosi un’importante e preziosa «fotografia» di moltissime località, una ricchissima documentazione illustrativa accompagnata da notizie storiche, artistiche e statistiche. Con la sua monumentale opera si era prefisso di illustrare in dettaglio tutto il Piemonte nei suoi ampi confini, la Lomellina, la Liguria e la Savoia, ma la morte lo colse a 53 anni, l’11 maggio 1860, interrompendo il suo meticoloso e paziente lavoro, teso a illustrare e descrivere gli Stati di Terraferma del re di Sardegna al di qua e al di là delle Alpi, spostandosi quasi sempre a piedi tra le località.


Clemente Rovere, nato a Dogliani nel 1807 si era trasferito ancora giovane nella capitale entrando nell’amministrazione regia, dove nel 1859 raggiunse l’elevato grado di «segretario di seconda classe», godendo di particolare considerazione a Corte, da cui ebbe più volte incarichi di fiducia e di notevole responsabilità.
Il talento e l’abilità nel disegno, che coltivò fin dalla più tenera età, e la vasta esperienza acquisita non solo in biblioteche e archivi, ma anche dopo lunghe esplorazioni del territorio, furono alla base della singolarità della sua opera e gli consentirono una copiosa produzione di disegni, in parte a matita, in parte appena abbozzati, in parte ben rifiniti a penna. Clemente Rovere constatò errori e imperfezioni nel «Theatrum Statuum Sabaudiae» («l’unico libro che io sappia – scrive lo stesso Rovere – in cui sia descritta una parte delle città e dei borghi pedemontani, che pubblicavasi in Olanda in sullo scorcio del 17° secolo») e furono probabilmente anche quelli a spingerlo nella sua ciclopica impresa. Fra il 1826 ed il 1860 Clemente Rovere produsse oltre 4000 disegni esito di sue visite in loco. Alcuni rimasero allo stadio di schizzi, altri – i più - furono da lui perfezionati con calma nei ritorni a Torino, per pervenire a immagini accurate e definitive.

Rovere era un impiegato della corte sabauda, e nel tempo libero affidava alla propria matita le sue impressioni di viaggio, quasi ad aggiornare il famoso Theatrum Sabaudiae con una nuova raccolta, con rappresentazioni al tempo stesso più semplici e più affettuose. Era una sorta di censimento visivo degli stati sabaudi, già in fase avanzata quando, fra 1851 e 1853, fu segnalato a Cesare Saluzzo di Monesiglio, allora presidente della Regia Deputazione di Storia Patria, che consigliò di arricchirlo di notazioni storiche: l’opera di Rovere (in quel momento consistente in 17 volumetti completi per il Torinese e la Valle di Susa ma contenenti anche il progetto generale) incontrò un notevole apprezzamento, che gli procurò prima il reclutamento come socio corrispondente della Deputazione, poi la presentazione a Vittorio Emanuele II.

Il re, fra 1853 e 1855, conferì a Rovere una medaglia d’oro e lo incaricò di accompagnare i suoi due figli in viaggi nelle valli piemontesi, che il funzionario non mancò di documentare con resoconti e disegni supplementari, raccolti in brochure inedite. La morte della moglie (nel 1857), rallentò ma non frenò del tutto l’attività di Rovere che tuttavia aveva ormai una salute cagionevole e morì prematuramente nel 1860, lasciando tutto il suo materiale alla Deputazione, in segno di gratitudine.
L’Opera, progettata in 353 volumi, uno per ogni Mandamento di Provincia, è conservata alla Deputazione Subalpina di storia patria, cui Rovere la donò. Lo sviluppo cronologico va dal 1826 al 1858.

Una raccolta completa dei 4103 disegni di Rovere fu edita nel 1978, Il Piemonte antico e moderno delineato e descritto da Clemente Rovere, con ricca e accurata introduzione di Cristiana Sertorio Lombardi. Una recentissima riedizione (2016), a cura della Deputazione Subalpina ed editata dall’Artistica di Savigliano, intitolata Viaggio in Piemonte di paese in paese compie una selezione entro l’ampio materiale, escludendo le province esterne al Piemonte odierno (la valle d’Aosta e le periferie francesi degli antichi stati sabaudi, trattate da Rovere che invece sin dall’inizio aveva rinunciato a rappresentare la Sardegna), ma compiendo un’operazione del tutto nuova e originale per la parte storica. Le località oggetto di trattazione sono, come detto sopra, 540 (i disegni sono oltre 1800, perché molte località hanno più illustrazioni) e le schede, di varia ampiezza, sono state compilate da dottori di ricerca, una cospicua scheda (un vero piccolo saggio, pp. 2-14) dedicata a Torino (da cui risulta come Rovere avesse privilegiato la rappresentazione di zone semirurali e collinari, più rispondenti a un certo suo gusto bucolico), ma che nell’occasione costruisce un efficace profilo essenziale della storia cittadina fino ai nostri giorni.

Le pagine ‘torinesi’ sono testimonianza di come tutta la nuova parte storica si sia avvalsa di una bibliografia aggiornata, facendo tesoro della Storia di Torino pubblicata fra il 1997 e il 1999 dalla casa editrice Einaudi e dall’Accademia delle scienze di Torino; dello Schedario storico-territoriale dei comuni piemontesi, avviato all’inizio del nuovo millennio con il coordinamento di Renato Bordone; dei testi reperibili nel sito MuseoTorino del 2011; dei fascicoli, pur controllati caso per caso, dedicati a Il Piemonte paese per paese, pubblicati dall’editore Bonechi a partire dal 1996; e, infine, delle più attendibili fra le opere di storia locale.

In conclusione, come affermato da Alessandro Barbero, l’opera di Rovere è soprattutto «uno straordinario documento storico. Perché nei disegni del Rovere, sempre datati, è possibile rivedere ogni angolo di Piemonte esattamente come si presentava a quei tempi. La tentazione del confronto con l’oggi è inevitabile, e il lettore tenderà probabilmente a sospirare davanti a un passato incanto perduto: non asfalto, non capannoni, non pali della luce, né fili elettrici».


Testo a cura di Gabriella Morabito

Bibliografia